Personaggi di Roccabianca

Dalla Bassa, in giro per il mondo
Stupisce considerare come nel piccolo ambito di Roccabianca abbiano trovato le proprie radici numerose personalità di spicco che nel corso delle loro vite hanno poi dimostrato di saper eccellere in Italia e nel mondo nei più svariati ambiti culturali: dall’arte all’impegno sociale e missionario, dal giornalismo, alla critica cinematografica, a forme di teatro popolari elevate ai più alti livelli della dignità artistica. Giovannino Guareschi è il più noto fra queste figure, con la popolarità delle sue opere narrative tradotte in quasi tutte le lingue del mondo. Il suo concittadino di Fontanelle, Giovanni Faraboli, è ricordato invece per uno dei più interessanti esperimenti sociali del primo ’900, con la rete di cooperative creata nella Bassa, la cui “formula” venne poi esportata anche in Francia. Fra i grandi figli di Fontanelle, abbiamo già ricordato anche Pietro Bianchi, esponente di spicco del giornalismo italiano e “maestro” della critica cinematografica. Non va inoltre dimenticata la figura di Luigi Marchesi, uno dei migliori pittori nel panorama artistico parmense dell’800, anch’egli nato a Fontanelle, l’11 novembre 1825.
Nello stesso anno di Giovanino Guareschi, il 1908, Roccabianca diede invece i natali a Monsignor Augusto Azzolini, religioso saveriano iniziatore negli anni ’50 di tutto il movimento missionario in Sierra Leone.
Le origini a Roccabianca accomunano inoltre due pittori che si sono espressi in modo diverso lungo la parabola artistica del ’900: Giovanni Voltini, talentuoso scenografo ed irrequieto epigono degli ultimi bagliori dell’esperienza Impressionista, e Remo Gaibazzi, che partendo dalla nativa Stagno, dove trascorse l’infanzia, sviluppò a Parma il suo potenziale artistico, giungendo a sperimentare una propria personale interpretazione della Pop-Art.

Nella piccola frazione di Fossa vanno invece ricercate le origini più lontane di una famosa famiglia di artisti parmigiani, i Ferrari, maestri burattinai a partire dalla seconda metà dell’800. L’iniziatore di questa tradizione teatrale, che trovò negli anni a venire la sua collocazione ideale nell’ambiente parmigiano, fu Italo Ferrari, la cui nascita è riportata nei registri dell’anagrafe del Comune di Roccabianca, in data 27 aprile 1877.

Un tratto comune ai personaggi di Roccabianca è la caparbietà con cui seppero in molti casi affermare il proprio valore, idealmente riassumibile in un’immagine e in un motto voluti dal conte Pier Maria Rossi per gli affreschi ancora oggi ammirabili nel loggiato d’onore della Rocca: “Già acerbo ora / Dolce che maturo”, in riferimento al frutto del nespolo, con la lentezza del suo maturare, simbolo di dedizione tenace e di costanza del carattere.


> Luigi Marchesi
> Giovanni Voltini
> Giovanni Faraboli
> Italo Ferrari
> Giovannino Guareschi
> Pietro Bianchi
> mons. Augusto Azzolini
> Remo Gaibazzi
> Giorgio Manganelli


Luigi Marchesi
(Fontanelle 1825-Parma 1862)

Figlio di un maestro elementare delle scuole di Fontanelle, si trasferisce a Parma ed entra all’Accademia di Belle Arti nel 1837, frequentando la Scuola di Paese retta da Giuseppe Boccaccio. Nel 1845 partecipa all’esposizione di Milano con l’opera “Interno di sagrestia” che rivela la sua predilezione per la poetica degli interni e il distacco dal vedutismo romantico alla maniera del suo maestro Boccaccio. Completa la sua formazione accademica nel 1850-52 all’Accademia di Francia a Roma grazie all’appoggio di Paolo Toschi, guida costante e interlocutore privilegiato durante tutto il suo percorso formativo. A Roma perfeziona la tendenza alla rappresentazione degli interni, interpretati in chiave descrittiva e con acuta sensibilità luministica. Il soggiorno romano cade nel pieno della ricerca espressiva e dello sviluppo stilistico di Marchesi, desideroso di affacciarsi alla ribalta internazionale dell’arte e di valorizzare con nuove esperienze la sua preparazione tecnica di tipo accademico. Aderisce con sempre maggiore insistenza alla poetica degli interni, come si evince anche dai saggi pittorici inviati a Parma nel periodo del pensionato, quali il “Portico gotico di San Giovanni in Laterano”, “Interno di Santa Maria del Popolo” e “Foro Romano”, composti con studiata abilità scenografica e inclini ad evocare sentimenti sublimi. Nel 1852 al rientro dall’esperienza romana subentra al Boccaccio nella cattedra di Paesaggio all’Accademia di Belle Arti di Parma. Negli anni successivi Marchesi realizza opere caratterizzate da una poetica intensa e malinconica, con vedute dei vecchi borghi di Parma e soggetti conventuali, raffigurati con una sensibilità cromatica e luministica. Partecipa ai concorsi annuali della Società Promotrice delle Belle Arti di Parma, Milano, Torino, Genova e Firenze con buona risposta di critica e di pubblico, a dimostrazione di come ormai la sua fama si vada consolidando anche fuori dai confini del ducato. Gli interni del “Duomo di Parma” e della “Sagrestia di San Giovanni” valgono finalmente il riconoscimento nazionale nelle esposizioni di Milano del 1856 e di Firenze del 1861, celebrativa dell’unità nazionale. Nella città toscana partecipa alle ricerche chiaroscurali dei macchiaioli e dei coloristi, e nell’opera “Chiostro del soppresso monastero di San Quintino”, in cui la luce naturale pulviscolare inonda il cortile, l’autore non perde la consueta delicatezza e trasparenza pittorica, in una raffinata equilibrata mediazione tra gli stilemi del vedutismo romantico accademico e le soluzioni del moderno realismo promosse dai macchiaioli. Muore di tisi nel 1862, anno in cui alcuni dei suoi più celebri interni sono selezionati per l’Esposizione Universale di Londra.

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Giovanni Voltini
(Roccabianca 1875-Levanto 1964)

Nato a Roccabianca nel 1875, dimostra fin da ragazzo una paricolare predisposizione per il disegno. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Parma dal 1896 e completa la formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 1897. A Napoli si inserisce attivamente all’interno del mondo studentesco e accademico, frequentando il pittore Michele Cammarano che lo incoraggia e lo appoggia, ottenendo anche alcuni riconoscimenti. Sconfitto al concorso per il Pensionato di Roma nel 1900, dopo il servizio militare, nel 1903 emigra a Montevideo, per poi trasferirsi nel 1904 a Buenos Aires, dove incontra lo scenografo parmense Giuseppe Carmignani che lo introduce nel mondo della scenografia teatrale. Ritornato in Italia nel 1910 avvilito e senza commesse, è chiamato a Parma dal Carmignani a collaborare alla realizzazione delle scenografie delle opere “Aida” e “Un ballo in maschera”, allestite per le celebrazioni centenarie di Giuseppe Verdi. Dopo l’esperienza della guerra, ottiene, grazie all’appoggio di Agostino Berenini, allora deputato, l’incarico di responsabile dell’agenzia di Roccabianca della Cassa di Risparmio dal 1920 al 1934. Ormai sfiduciato, scontento di se stesso, rinuncia ad ogni velleità artistica. Dipinge saltuariamente qualche quadro per non rinunciare completamente all’illusione di essere un pittore. Di carattere timido e solitario non riesce a lavorare in tranquillità ed è continuamente insoddisfatto della sua opera. Nel 1937 si reca a Napoli in occasione dell’Esposizione d’arte per incontrare i vecchi compagni d’accademia Lenci, pittore animaliere di successo, e Passano, specializzato in interni e nature morte, senza che i contatti ristabiliti lo entusiasmino. Ritornato a Roccabianca attrezza un piccolo studio nella sua casa, cambiando spesso stanza di lavoro alla ricerca delle migliori condizioni di luce. Di ideali socialisti, amico di Giovanni Faraboli, nel dopoguerra è impegnato nella vita politica locale come amministratore. Ancorato ad un fare pittorico saldamente legato all’ottocento, cerca tuttavia di scoprire soluzioni nuove, in linea con le idee e i tempi che cambiavano con il nuovo secolo. Mosso con entusiasmo verso le grandi composizioni pittoriche, in parallelo con una vita che non lo soddisfa, si dedica al paesaggio locale e di montagna come forma di disimpegno. La scuola napoletana lo affascina per le tematiche pseudo- romantiche della storia sacra e profana, della mitologia e di tutto quanto è legato a un passato irripetibile. In opere come “San Paolo davanti ad Agrippa”, il “Giuramento di Pontida”, “Farinata degli Uberti” e il “San Pietro” si è di fronte ad un’arte idealizzata, volutamente fuori dal tempo, in bilico tra spirito, inteso come fede religiosa, e ricostruzione storica.

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Giovanni Faraboli
(San Secondo P.se 1876-Parma 1953)

Nato da famiglia contadina, nonostante la scarsa istruzione diventa, grazie alle sue spiccate doti organizzative, uno dei più attivi coordinatori delle attività contadine della bassa parmense, creando un solido movimento cooperativo, a partire dalle cooperative di consumo (per calmierare i prezzi), per estendersi alle cooperative di lavoro (per la partecipazione agli appalti delle opere pubbliche) e alle cooperative agricole (per affittare vaste estensioni di terreni). Nel 1901 fondò la Lega Contadina di Fontanelle. Iscritto al Partito Socialista dal 1902, aderisce alla corrente riformista e, nel 1905, diventa membro della Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro di Parma, assumendone poi la segreteria, dopo la scissione dei sindacalisti rivoluzionari. Instancabile animatore del cooperativismo integrale, nel 1914 è eletto consigliere comunale di Roccabianca e segretario della Camera del Lavoro di Fidenza. Nell’immediato dopoguerra è redattore responsabile di “Per la Vita”, organo della Camera del Lavoro confederale di Parma, ed è membro del primo Consiglio di amministrazione della Federazione Nazionale delle Cooperative Agricole, con sede a Bologna. Nel 1918 costituisce a Fontanelle la sezione della Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra (l’organizzazione ex combattentistica legata alle organizzazioni operaie). Membro del Comitato direttivo della Federterra dal giugno 1919, dopo l’avvento del fascismo e il progressivo dissolversi del sistema cooperativistico di Fontanelle, si trasferisce a Milano, mantenendo relazioni con i compagni della Bassa. Nel 1926 emigra in Francia, stabilendosi a Tolosa, in un’area dalla forte presenza di immigrazione emiliana. Riprende ben presto l’attività di organizzatore sindacale e cooperativistico, animando un’importante organizzazione detta Unione delle Cooperative. Fervente antifascista, diviene segretario della locale Federazione del Lavoro. Nel 1930 dopo la riunificazione del Partito Socialista diventa segretario della federazione regionale del sud-ovest. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, viene internato dalle autorità francesi in seguito a denuncia per “sovversivismo” della delegazione fascista di Tolosa. Rimesso quasi subito in libertà, collabora alle attività della resistenza francese. Alla fine del conflitto viene insignito della stella dei benemeriti italiani all’estero. Tornato in Italia nel dopoguerra, vive in modestissime condizioni e in disparte dall’attività che lo ha impegnato per tutta la vita.

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Italo Ferrari
(Fossa 1877-Parma 1961)

Nato in una povera famiglia contadina, avviato al lavoro nei campi fin dalla tenera età, trova poi un’occupazione come apprendista presso una bottega da ciabattino a Sissa. Nel borgo rimane affascinato dal mondo avventuroso dei pupazzi di legno dei burattinai girovaghi come Amaduzzi e Campogalliani, tanto da tralasciare il lavoro da artigiano per dedicarsi esclusivamente al teatro popolare dei burattini. Dopo l’esordio presso una stalla di Roncopascolo nel 1892 con la rappresentazione dell’opera “La foresta incantata”, il debutto ufficiale avviene sulla piazza di San Pancrazio nel 1895. Entrato in contatto nel 1897 con il maestro burattinaio Francesco Campogalliani a Guastalla, incontrastato interprete della tradizione italiana, con uno studio rigoroso e autodidatta apprende tutti i segreti del mestiere. Fonda una propria compagnia filodrammatica a Sissa, imponendosi nei maggiori teatri con le sue performances, per giungere a presentare spettacoli alla radio nel 1934 e commedie sperimentali in diretta per la televisione nel 1951. Cambia completamente il vecchio repertorio, rifiutando i drammi e scrivendo direttamente commedie consone alla natura dei burattini, caricature dei caratteri dell’uomo, che si distinguono per la modernità dei soggetti e l’acuta satira sociale. La critica si accorge di lui fin dal primo novecento non esitando a definirlo maestro di stile nell’interpretazione delle maschere italiane, erede diretto ed innovatore della gloriosa Commedia dell’Arte, accomunando il teatro degli umili buratini alla più grande tradizione teatrale italiana. Ferrari ricrea con una straordinaria ricchezza di inventiva un nuovo tipo di spettacoli, caratterizzati non soltanto dalla parola eloquente, ma anche dal canto e dallo studio della scena, per dare allo spettatore, oltre il limite immobile e rigido del teatrino, il senso di un’atmosfera e di un sentimento. Coadiuvato dalla famiglia, l’autore, maestro insuperabile nell’invenzione e nella trasposizione umana della favola, nel rendere pungente e frizzante la satira e nell’incarnare con fecondità di immagini l’eterna commedia della vita, porta i suoi burattini alle vette dell’espressionismo. Attivo a Salsomaggiore per oltre venticinque anni con 180 recite annuali davanti ad un pubblico internazione, inventore della maschera parmigiana “Bargnocla”, la poliedrica personalità artistica di Ferrari non è limitata al mondo della commedia, ma si è esprime anche nella poesia e nella scrittura. Nelle opere “Baracca e burattini” (1936) e l’”Avtòn” (1940) mette a fuoco con incisività gli anni della miseria e del successo, evidenziando una personalità semplice e fatalista, ma caratterizzata da una multiforme versatilità.

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Giovannino Guareschi
(Fontanelle 1908-Cervia 1968)

Figlio della maestra elementare del paese, Guareschi trascorre la sua infanzia tra Parma e Marore, dove la madre era stata trasferita. Frequenta il collegio “Maria Luigia” di Parma, dove trova come istitutore Cesare Zavattini, e successivamente il ginnasio “Romagnosi”, dove conosce Ferdinando Bernini che lo avvicina all’umorismo europeo. Nel1928 entra come correttore di bozze al “Corriere Emiliano”, dove lavorano anche lo stesso Zavattini, Alessandro Minardi e Pietro Bianchi, divenendone successivamente cronista e capocronista. Contemporaneamente disegna vignette e incide xilografie: i suoi scritti e i suoi disegni vengono notati a Milano dove Zavattini lo chiama con l’incarico di caporedattore del “Bertoldo”, il giornale umoristico che, nato nel 1936, segna una svolta nel costume italiano dell’epoca, con un successo senza precedenti nella storia del giornalismo satirico. Il suo primo libro “La scoperta di Milano” è del 1941; negli anni successivi pubblica “Il destino si chiama Clotilde” e “Il marito in collegio” che consacrano la sua fama di scrittore umoristico. Richiamato alle armi, è fatto prigioniero appena dopo la diffusione della notizia dell’armistizio, il 9 settembre 1943, e deportato in Germania e Polonia: tornerà a Parma due anni dopo, il 4 settembre 1945. Riprende ben presto l’attività giornalistica fondando con Giovanni Mosca il settimanale umoristico “Candido”. Alla direzione del “Candido” Guareschi combatte la battaglia elettorale del 1948 contro il Fronte Democratico Popolare e l’ideologia comunista. Gli anni del dopoguerra sono un periodo di grande attività creativa: tra il 1945 e il 1954 pubblica “La favola di natale”, “Italia provvisoria”, “Zibaldino”, “Diario clandestino” e “Corrierino delle famiglie”. Su “Candido” pubblica settimanalmente i racconti del “Mondo Piccolo” con Don Camillo e Peppone, che gli procurano celebrità a livello internazionale: il primo volume della serie “Mondo Piccolo”, “Don Camillo” è del 1948. Nel 1954 Guareschi vince la seconda edizione del Premio Bancarella con “Don camillo e il suo gregge”. Negli anni cinquanta il cinema si interessa alla sua opera e, dopo l’esordio nel 1950 con “Gente così”, esce nel 1952 il primo film della fortunata serie di Don Camillo, con la regia di Julien Duvivier e le celebri interpretazioni di Fernandel e Gino Cervi. Nel 1963 Guareschi collabora con Pier Paolo Pasolini alla stesura del soggetto e alla regia del film “La rabbia”. Gli anni cinquanta sono però segnati dalla dolorosa esperienza del carcere: la lunga polemica condotta da Guareschi nei confronti di Alcide De Gasperi si conclude con la condanna dell’autore ad un anno di reclusione per il reato di diffamazione a mezzo stampa. La vicenda lascia un segno indelebile. Nel 1957 Guareschi lascia la direzione del “Candido” continuando a collaborare fino a quando, nel 1961 il settimanale cessa le pubblicazioni. Guareschi si isola a Roncole, dove abita già dal 1952, e riduce progressivamente la sua attività di giornalista.

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Pietro Bianchi
(Fontanelle 1909-Baiso 1976)

Mostrando una precoce vocazione giornalistica, collabora dal 1928 come critico cinematografico e redattore della pagina culturale alla Gazzetta di Parma con il capo redattore Cesare Zavattini. Amico di tutti gli intellettuali parmigiani e frequentatore dei caffè letterari, pubblica nel 1935 il suo primo libro “La poesia di Attilio Bertolucci”. Nel 1938 fonda il primo cine-club di Parma e il foglio letterario “Il Quadrello”, inserto quindicinale della Gazzetta di Parma, e dal 1939 collabora come critico cinematografico alla rivista satirica milanese il “Bertoldo” per volere di Giovannino Guareschi. Nel dopoguerra si trasferisce a Milano collaborando come critico cinematografico a numerosi quotidiani, fra cui “La Notte”, “Oggi”, “Il Corriere lombardo”, “Il Candido”, “Il Giorno”, oltre a ricoprire di fatto dal 1950 al 1955 la direzione editoriale della casa editrice Garzanti. Autore di moltissime opere, fra cui “Le signorine di Avignone” (1957), “Storia del Cinema” (1961), “Radiografia di Milano” (1970), “Maestri del Cinema” (1972), “Vaghe stelle dell’Orsa” (1965), “Ludwig” (1973), e di innumerevoli interventi culturali, apporta alla cultura italiana un contributo fondamentale, scoprendo per primo e divulgando l’opera di Marcel Proust e promuovendo autori quali Cesare Zavattini e Bernardo Bertolucci. Fin dalla collaborazione giovanile con la Gazzetta di Parma, Bianchi è a favore di un cinema impegnato come specchio magico della vita. In una stagione disimpegnata della produzione cinematografica (è l’epoca dei “telefoni bianchi”), Bianchi indica per il cinema italiano percorsi ed esperienze innovative fondamentali, promuovendo autori, come Zavattini, che sarebbero diventati protagonisti della stagione del neorealismo. Raffinato uomo di cultura, dotato di intuizione immediata e di folgorante capacità di sintesi, Bianchi ha a cuore soprattutto il suo assiduo lavoro critico sul cinema. Usa la sua estesa cultura per analizzare e svelare quell’intrigante rapporto che è nel cinema tra realtà e finzione, cronaca e invenzione, autenticità e menzogna. Padre del neorealismo, ha costantemente creduto in una sola arte, quella cinematografica, perché “occuparsi di cinema voleva dire innanzitutto cultura, e (…) praticare la critica significava avere la padronanza d’un linguaggio che ne legava diversi, poesia, teatro, letteratura, architettura, pittura, scenografia” (E. Santoro).

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mons. Augusto Azzolini
(Roccabianca 1908-Parma 1992)

Entrato nel Seminario diocesano di Parma nel 1924, completa la formazione culturale e religiosa presso l’Istituto Saveriano Missioni Estere di Parma nel 1931. Partito come missionario per la Sierra Leone nel 1950, è eletto vescovo della nuova Diocesi di Makeni nel 1962, rimanendovi fino al 1987. Nella sua lunga e fervida attività missionaria, ha affiancato all’attività apostolica anche un’incisiva azione di promozione sociale, occupandosi del settore dell’educazione e dell’assistenza sanitaria. Mons. Azzolini prende coscienza della grave situazione in cui versa la popolazione, dove l’analfabetismo generale, la povertà estrema e le malattie endemiche impediscono ogni speranza di miglioramento sociale. Il suo primo impegno si rivolge alla creazione di un sistema scolastico di base: durante la sua permanenza istituisce 200 scuole primarie, 13 scuole superiori e un collegio magistrale per la preparazione degli insegnanti locali. Per l’assistenza, con la collaborazione delle suore di Madre Teresa di Calcutta, conduce campagne di vaccinazione, fonda l’ospedale di Lunsar, modernamente attrezzato, l’Istituto ortopedico che fabbrica e applica arti artificiali, il Centro per Poliomelitici e il Centro Assistenziale di Medicina Preventiva, oltre a vari ambulatori e dispensari in tutte le località della diocesi. Intenso il suo impegno anche per il miglioramento delle condizioni di vita: incentiva la campagna per la promozione dell’agricoltura, condotta da agronomi provenienti dall’Italia. Nella diocesi di Makeni, fonda 12 chiese tra cui la stessa cattedrale e le residenze dei missionari. Per suo volere è sepolto in Sierra Leone, terra che ha tanto amato e per la quale ha speso tutta la vita e presso la comunità locale ha acquisito il diritto di essere considerato un “antenato”, ossia un morto-vivo, a cui ci si ispira e il cui insegnamento va custodito come modello di vita.

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Remo Gaibazzi
(Stagno 1915-Parma 1994)

Affermatosi nel campo della caricatura negli anni trenta, collabora a settimanali umoristici a diffusione nazionale con disegni caratterizzati dall’iperbole delle forme e da una sottile ironia. Nel dopoguerra tralascia il mondo delle caricature a favore del racconto di nuove storie, delle storie della sua città, piccola città di provincia. Le sue capacità artistiche si affermano nell’immediato dopoguerra con disegni in bianco e nero ispirati all’espressionismo tedesco, con registri giocati sulla china e su composizioni grafiche austere. Per la durezza dell’analisi della situazione esistenziale, che non lascia speranze, dove i personaggi sono bloccati nella solitudine di una città ostile, l’autore si pone al di fuori del panorama artistico contemporaneo di Parma. Dallo studio di Via Garibaldi e poi di Via Duomo, l’autore rifiuta le convenzioni piccolo borghesi e anche i modi ufficiali della sinistra, ancorati ai modelli del realismo, trovandosi automaticamente isolato e lontano dalle lusinghe del mercato. Nelle sue chine la città, sempre più estraniata, con le sue mura a incastro, con le case sbarrate escluse dal vivere civile e chiuse in una dolorosa esistenza, diventa “una scenografia di muri deserti, etichette su vetri, manifesti strappati” (C. Costa). Negli anni ’60 affronta la cultura della comunicazione e il problema dei media come strumento da usare e non da respingere. Attratto dal pensiero di Walter Benjamin e dall’opera di Andy Wahrol e Francis Bacon, Gaibazzi si orienta verso una pittura sempre più attenta al tema dello spazio, vissuto come dimensione che opprime, che si consuma nel nero della stampa. Sperimenta anche il metodo fotografico con l’obiettivo di superare l’opera d’arte come pezzo unico, e con esso il senso della proprietà dell’opera, per ampliare la platea dei fruitori dell’arte. Segue la felice stagione dei quadri colorati con i profili della sua città, interpretati seguendo la linea dell’astrazione, un’astrazione però che rimanda ad un archetipo, a un oggetto noto, che solo alcuni sanno individuare: un’astrazione dietro cui traspare sempre una realtà concreta. Gli ultimi anni vedono l’autore impegnato sul tema del lavoro dello scrivere, dove lo scrivere è come dipingere, il dipingere è come lavorare e il lavorare è come lo scrivere. Nell’uso della parola “lavoro”, iterata all’infinito, l’autore sposta l’attenzione sulla dimensione manuale dell’opera, sulla sua produttività, al di fuori di qualsiasi finalità estetica. Questa stagione creativa culmina con le mostre del 1990 e del 1993 alla Galleria Mazzocchi: le scritte, che prima dilagavano sul supporto in diverse direzioni e in colori variegati, tendono ad assumere una forma costante, la spirale, e colori smorzati (grigi o neri). L’ultima esposizione è fatta da una serie di ascetici fogli di carta su cui la scrittura traccia la stessa spirale, sempre uguale, ma sempre diversa. Nel 1996 la grande mostra postuma organizzata dal CSAC dell’Università di Parma ha cominciato a far conoscere anche fuori Parma il nome di questo grande artista.

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Giorgio Manganelli
(Milano 1922-Roma 1990)

Nato a Milano da genitori originari di Roccabianca, consegue la laurea in Scienze Politiche all’Università di Pavia con una tesi su Tommaso Campanella. Ancora studente inizia la sua attività di critico per la Gazzetta di Parma e altre testate culturali, svolgendo contemporaneamente l’attività di traduttore dall’inglese per numerose case editrici, fra cui Mondadori. Dopo il congedo dal servizio militare, è richiamato alle armi dalla Repubblica di Salò, ma rifiuta l’arruolamento ed entra in contatto con la Resistenza. Sfollato a Roccabianca con la famiglia, fra il 1943 e il 1945, nel novembre 1944 entra nella sezione locale del Comitato di Liberazione, rivestendo importanti incarichi e presiedendo, nell’aprile 1945, la Commissione del CLN per la Gestione Provvisoria del Comune di Roccabianca. Intrapresa la carriera universitaria nel dopoguerra, la abbandona per dedicarsi esclusivamente al giornalismo e alla letteratura. Su suggerimento di Italo Calvino, prosegue la sua attività di traduttore; a lui si devono alcune versioni delle opere di Edgard Allan Poe. Nel 1964 pubblica “Hilarotragedia”, libro e non romanzo, com’era nello spirito del Gruppo63 a cui Manganelli partecipa, una singolare autobiografia, di origine sicuramente psicologica, un viaggio negli inferi alla ricerca dell’uomo. Fulminanti sono i suoi corsivi prima sul “Corriere della Sera” e poi sul “Messaggero”, mentre i suoi saggi “La letteratura come menzogna” e “Laboriose inezie” sono considerati destabilizzanti dalla critica letteraria contemporanea. La quotidianità osservata con interesse metafisico, la polemica e la provocazione originata dalla figura retorica con cui guarda alla vita sono una costante nella ricerca poetica dell’autore. Manganelli, angosciato dal nulla, dirige lo sguardo sulla realtà e la riempie in modo colto e ludico, così da rendere letteratura il mondo, l’agire quotidiano e le cose stesse. Nel 1977 pubblica il volume “Pinocchio: un libro parallelo”, compiendo non solo una rilettura del testo di Collodi, ma indagando anche tutto quello che è scritto “negli spazi bianchi” dell’opera originale. L’universo di Pinocchio diviene un attraversamento della morte, nell’angoscia esistenziale vissuta dallo scrittore. Nel 1979 vince il Premio Viareggio con il libro “Centuria”, cento “romanzi lunghi una pagina”, sua prima opera tradotta in gran parte dei paesi europei con cui conquista una visibilità letteraria mai avuta in precedenza. Negli anni successivi la sua produzione non conosce soste: sono da ricordare “Agli Dei ulteriori”, “Sconclusione”, “Amore” e “Salons”. Muore nel 1990, lasciando numerosi scritti ed opere inedite.

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